Qualche goccia di Falerno

Nel 1943, Amedeo Maiuri tornò nella villa Spinelli ad Acerra, devastata dalla guerra, e raccolse dal pavimento una coppa attica spezzata. Scrisse che, se mai fosse riuscito a restaurarla, l’avrebbe purificata con qualche goccia di Falerno. Questo articolo ricostruisce quella scena, quel gesto, e il valore della bellezza ferita nei giorni in cui tutto sembrava perduto

Il vino, la guerra, la parola: nella voce di Amedeo Maiuri

“Per parte mia, se potrò ricuperare e restaurare la coppa raccolta in frammenti sul pavimento del salone della villa trasformato in dormitorio e simposio di caserma, mi contenterò di purificarla con qualche goccia di Falerno.”
Amedeo Maiuri, Vita da archeologo, p. 59

Maiuri scrive che, se potrà restaurarla, la purificherà con qualche goccia di Falerno. Non c’è ironia. C’è un gesto antico, sacro, quasi romano. È il modo in cui un archeologo parla alla storia. Senza recriminare. Con rispetto.

Il Falerno, in effetti, non è un vino qualsiasi. Era il vino dei poeti e dei consoli, celebrato nei versi di Orazio, Plinio, Marziale. Coltivato da secoli lungo le pendici del Monte Massico, nel cuore dell’Agro Falerno, guardava il mare Tirreno prima che l’urbanizzazione lo nascondesse dietro reti e strade. Era il nettare degli dèi del mondo latino, simbolo della Campania più colta e più antica. Nel solo nominarlo, Maiuri non compie un atto nostalgico: compie un’offerta simbolica. Rende omaggio all’antichità, rende omaggio a ciò che un archeologo considera sacro.


La villa Spinelli, ad Acerra, era stata per decenni un luogo di custodia silenziosa. Un museo privato, pieno di meraviglie: fibule, balsamari, coppe, gioielli, oggetti d’età greca, etrusca, romana. Protetta fino all’ultimo da una famiglia colta e aristocratica, era rimasta fuori dal circuito dei grandi traffici d’arte, lontana dal clamore degli scambi, dei furti, delle collezioni vendute all’estero. Ma poi venne la guerra.

Era il 1943. Con l’arrivo delle truppe alleate, la Campania diventò retrovia e linea del fronte insieme. Acerra era una terra di passaggio e di presidio. La requisizione della villa fu rapida. Prima un comando aereo tedesco, poi un reparto di truppe afroamericane dell’esercito statunitense. La villa non fu più accessibile né ai proprietari né ai funzionari statali. La sala principale, quella che un tempo ospitava mostre e conferenze, venne trasformata in dormitorio e “simposio di caserma”: tavoli, sedie, brande, bottiglie di gin da quattro soldi, partite di baseball nella veranda, stoviglie accatastate accanto a vetrine sfondate. I soldati facevano giustizia a colpi d’ascia dei mobili antichi per alimentare le stufe. Maiuri non lo dice con rabbia. Ma si capisce, da ogni riga, che ciò che gli si spezzò dentro non fu solo la coppa.

Quando riuscì finalmente a rientrare nella villa, lo fece con il cuore stretto. Trovò cocci ovunque, oggetti spostati, mescolati, saccheggiati. Mentre girava nella devastazione, calcolando nella mente quanto tempo ci sarebbe voluto per rimettere ordine in quel disastro, vide, tra le macerie, una coppa attica, spezzata, abbandonata sul pavimento. La raccolse. E scrisse quella frase che oggi ci raggiunge come un gesto esatto: se potrò restaurarla, la purificherò con qualche goccia di Falerno.

È qui che la parola si fa rito. Versare vino su una coppa spezzata non è un restauro: è un commiato, un’offerta, un congedo decoroso alla bellezza ferita. È come se volesse restituire alla coppa il tempo perduto, le voci che vi hanno bevuto, i silenzi dei secoli. Non la pulisce. Non la ripara. La purifica. Come si fa con ciò che ha attraversato il profano e merita di tornare sacro.

C’è una frase che Maiuri scrive poco prima, e che non andrebbe mai dimenticata. Dice che, salendo le scale del museo per tornare a prenderne possesso, ebbe la sensazione netta che il peggio fosse accaduto. Ed era vero. Perché la guerra, nella sua forma più bastarda, non è solo distruzione: è il gesto senza grazia che colpisce la bellezza come fosse polvere. La guerra incede, ha delle necessità, non guarda in faccia a niente. Per questo è nemica della bellezza. La guerra è la tavola apparecchiata con piatti di scavo e cibo in scatola, è il gin bevuto in coppe millenarie, è l’accetta che riduce a combustibile lo stile settecentesco. La guerra è la certezza che ogni momento potrebbe essere l’ultimo. La bellezza è l’immortalità.

Maiuri non alza la voce. Lo dice con un verbo preciso: mi contenterò. È il gesto di chi sa che non tutto si può salvare, ma qualcosa si può dire. Una parola, un gesto. Un vino antico, versato su una coppa di guerra.

A volte, la memoria non ha bisogno di essere spiegata.
Ha solo bisogno di essere versata, in silenzio.

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